Il Pagliaio

Il ricordo e la fantasia

Pagliaio
Nel 1999, passeggiando nelle campagne del Chianti, il mio sguardo incrociò la vista di un pagliaio che aveva la stessa forma dei pagliai dei miei ricordi di bambina. Da quel giorno non ho più incontrato un altro pagliaio costruito con la caratteristica forma rotondeggiante.
Pagliaio

Quel tipico cumulo di paglia è stato sostituito dalle presse squadrate e successivamente da grandi rotoli costruiti grazie all’ausilio di macchine. Per curiosità ho chiesto ad alcune persone, nate intorno agli anni 1924 – 1935, di parlarmi dei loro ricordi legati a questi originali mucchi di paglia. I racconti che ho potuto ascoltare sono stati accompagnati da sorrisi e da toni di voce vivaci. In ogni frase e nel brillare dei loro occhi, il piacere della memoria. Dai racconti traspare che, in qualche modo, il piacere di stare insieme alleggeriva la fatica del lavoro manuale. Il pagliaio era costruito normalmente vicino all’aia, dove il grano veniva separato dagli steli utilizzando la trebbiatrice, azionata da una macchina a vapore. La paglia veniva ammassata con il sostegno di un lungo palo conficcato nel terreno. Durante il corso dell’inverno la paglia, così accumulata, era tagliata dal pagliaio con un’apposita falce e utilizzata nelle stalle come giaciglio per gli animali. Spesso all’interno del pagliaio si ricavava una nicchia che avrebbe accolto il cane della fattoria. Da qui nasce il detto, riferendosi ad una persona: “Ma che sei, un cane da pagliaio?!” - comparando l’abbaiare del cane da guardia ad una persona che urla. Da piccola, giocando con la fantasia, mi piaceva immaginare che i grandi pagliai fossero i cappelli dei giganti in vacanza. Gli stessi giganti amavano rosicchiare succulente mele, lasciando i loro enormi torsoli sparsi qua e là sui campi.